“Non solo il mare…”

Di Alessandra Delvecchio 3^G

La barca sta arrivando. Kalif ci ha dato appuntamento per le undici e mezza. C’è una fitta nebbia che invade la mia vista sul mare calmo. Amo il mio paese, ma qui la situazione si sta facendo drammatica. Proprio oggi è arrivata una lettera dove c’era scritto che mio zio era molto sul campo di battaglia. Sono anni che questa sanguinosa guerra va avanti. Per la religione, per la povertà, per la fame, ormai neanche i soldati sanno per cosa combattono. È stato duro abbandonare i miei amici e Samira, ormai troppo vecchia per affrontare un viaggio di una certa durata. Mamma ha voluto che avessi tredici anni per affrontare questo viaggio. Da quanto papà è scappato di casa, lei ha dovuto fare sia da madre sia da padre. Ammiro la sua forza di andare avanti. Ha dovuto anche aspettare di avere abbastanza denaro per sostenere questo costoso viaggio, che ti prosciuga tutti i risparmi di una vita. Kalif arriva con un trattore e appena scende dalla vettura ci invita, con la mano, a seguirlo vicino al porto, poco distante dal punto di ritrovo. Di fronte a noi c’è un gommone, sì, è un gommone. Kalif ci aveva promesso una barca più grande, ma si vede che è un imbroglio, dovevamo aspettarcelo. Mamma tiene tra le mani i soldi per i nostri biglietti. Li tiene stretti come fossero gioielli preziosi. Mia madre non ha mai avuto gioielli, forse neanche li vuole. Ci mettiamo tutti in fila per salire sul gommone. Siamo circa una quarantina e il gommone, ad occhio e croce, può contenere solo la metà di noi. Sono incollata a mamma e quando le passa di fronte Kalif, riesco a leggere nei suoi occhi l’odio profondo che prova per quell’uomo. Ci sediamo tutti e finalmente riesco a vedere qualche faccia, grazie ad una fioca lampadina “gentilmente” offerta da Kalif. Qualcuno mi sembra di conoscerlo, altri non li ho mai visti. Kalif parte quasi subito, senza  preoccuparsi che qualcuno possa fare ritardo.

La prima parte del viaggio è molto tranquilla, con la luna e le stelle che ci fanno compagnia. Il mare è rimasto calmo, di un nero intenso e, già dopo i primi dieci minuti, è profondo come la notte. Vicino a me c’è un ragazzo sulla ventina che osserva il mare che gli riempie gli occhi di nostalgia. 

“Ti manca Aleppo” chiedo molto schiettamente.

“Sì, ma scappare era l’unica scelta” mi risponde.

I suoi occhi mentre parla luccicano, forse vuole piangere.

“Piacere, Said”

“Ibrahim”.Ibrahim mi ricorda qualcuno ma non riesco a capire chi.

Avrei voglia di chiedergli la sua storia, ma il mio istinto mi dice di non farlo.

“Non lascio Aleppo per la guerra” mi dice Ibrahim senza che io gli dica niente. Da una parte mi ha sorpreso, dall’altra lo capisco, vorrei parlare anche io di me a qualcuno. 

“Voglio qualcosa di più per il mio futuro. Voglio sposarmi, diventare avvocato, voglio avere figli. Aleppo non può darmi niente di tutto questo”.

Anche io voglio un futuro florido come quello a cui pensa Ibrahim. Io però voglio fare il poliziotto, è il mio sogno fin da piccolo. Ormai è notte inoltrata e il freddo invade tutto il mio corpo e mi ricorda le sere passate a casa di Samira, dove giocavamo a fino a notte fonda. Adoro Samira, per me è come una nonna che non ho mai avuto, visto che i miei nonni sono morti prima che io nascessi. All’improvviso ricordo Ibrahim. Quando ero piccolo lo vedevo sempre a casa di Samira. Era un bambino vivace, con un sacco di voglia di giocare. Samira non riusciva a tenerlo a bada e impazziva sempre nel cercarlo. 

“Tu sei il nipote di Samira?” chiedo a Ibrahim, mentre lui è intento ad osservare la luna piena. 

“Sì, ma non la vedo da anni” 

“Se posso chiedere, perché?

“Non sono fatti che ti riguardano. Sappi solo che Samira è una brutta persona, ti tradisce nel profondo.” 

Nel sentire quelle parole il mio cuore si spezza lentamente, facendo passare nella mia mente, come un film, tutti quei bei momenti passati con lei. In quel momento mamma sta cercando di addormentarsi, ma è disturbata dal fumo della sigaretta di Kalif. Ibrahim si stende sul gommone e usa uno zaino come cuscino. Penso che per lui pronunciare quelle parole sia stato difficile. Sono passate circa due ore da quel discorso con Ibrahim, quando tutti avvertiamo uno strano rumore provenire dal gommone. La gomma si faceva sempre più pesante, sempre più pesante. L’acqua inizia ad invadere lo spazio dove tutti stiamo riposando. Avverto urli, poi altri. Mamma si alza di colpo e inizia ad ansimare dalla paura. Iniziamo a scendere. Sembra tutto molto lento fino a che il mio mento tocca la superficie gelata del mare. Vedo Ibrahim lontano. Il suo gracile corpo sta scendendo come un sasso lanciato nel mare. Nessuno sa nuotare, neanche io. Penso che allora è tutto finito, ed in effetti è così. Tutti gli sforzi di mamma, il futuro che sognava Ibrahim, il mio di futuro. In fondo ho solo tredici anni. L’acqua inizia ad entrarmi in bocca e a soffocare i miei strazianti urli. È tutto finito, non c’è più niente da fare. Il mio corpo scende lentamente giù, l’ultima cosa che vedo è il blu intenso del mare sfocato dalla morte imminente

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