“È questo l’amore?”

di Martina Vitucci
Uno schiaffo, poi un altro, poi un altro ancora, ogni giorno. Risuonavano secchi nel silenzio atterrito. Avrebbe potuto raccontare, denunziare, liberarsi, ma poi i vicini, i parenti, la gente… cosa avrebbe detto la gente? No, era meglio tacere.
Ogni giorno aveva un segno differente, uno diverso dall’altro in base all’intensità dello schiaffo. Faceva male, molto male. Soffriva tantissimo e non reagiva. La notte nel suo letto si rannicchiava sul fianco destro, abbracciava le ginocchia e piangeva. Alice si accarezzava la pelle facendo attenzione a non stuzzicare le croste delle ferite. Le lacrime le solcavano le guance lente e calde, bagnavano il lenzuolo. In quei momenti, in cui era cosciente di quello che era successo ma ancora più cosciente di quello che le sarebbe successo, si rendeva conto che non era felice da tanto, nemmeno quando il venerdì sera usciva con le sue amiche e copriva le ferite con strati e strati di fondotinta, per non suscitare sospetti, perché sapeva che appena tornata a casa si sarebbe presa l’ennesimo schiaffo. Ma era pur sempre suo marito, lo giustificava. Mauro la amava tantissimo e faceva così solo perché era geloso. Alice credeva nell’amore e credeva nell’amore tra lei e suo marito. Era un amore vero o almeno così pensava. Se non fosse stato per gli schiaffi, la gelosia e le notti in cui era da sola perché lui era troppo impegnato a stare in qualche bar, sarebbe potuta essere una relazione normale e lei sarebbe potuta essere felice. Non lo era, però, questa la sua unica certezza. Poteva tirare su dei falsi sorrisi con le sue amiche, poteva dire alla madre che era tutto ok e poteva stare in silenzio, uno schiaffo dopo l’altro, ma lei non era felice, non lo era proprio.
E ne era ancora più consapevole quando, ogni notte, appena chiudeva gli occhi, le tornava nella mente un ricordo. Era il 13 novembre e lei stava dormendo. Mauro le sputava addosso solo qualche velenosa parola da ubriaco, nulla di più. Erano le 3:00 del mattino, Alice stava dormendo, quando, ad un certo punto, sentì sbattere la porta e si svegliò di soprassalto. Strinse forte il piumone con la mano destra, mentre con la sinistra si copriva gli occhi. Aveva uno strano presentimento e la sua paura era palpabile. Si sentivano solo rumori, bottiglie che cadevano, pezzi di vetro che si rompevano e pugni sui muri. Poi quella voce, non l’avrebbe mai dimenticata. Mauro sembrava impazzito, non ragionava. Parlava a vanvera, utilizzava parole senza senso, fino a quando, spalancata la porta della camera da letto, le puntò il dito contro urlando: “È colpa tua, sei tu la mia rovina. Io ti odio, ti odio!”. Non erano alla fine così tante parole, ma la uccisero, furono come una pugnalata. In quel momento si alzò per farlo calmare, mai scelta fu peggiore. Non appena si avvicinò, le arrivò uno schiaffo in pieno volto che le fece girare il viso violentemente. La prima lacrima. Si girò e gli tocco la spalla. Secondo schiaffo. Seconda lacrima. Fece finta di niente un’altra volta e lo spinse leggermente verso l’uscita della camera. Lui la spinse più forte a terra facendole sbattere la testa ai piedi del letto. Terza, quarta, quinta lacrima. Alice si alzò come faceva sempre e sussurrò: “Dai Mauro, non fare così. Andiamo in cucina così ti verso un bicchiere d’acqua”. Un pugno nello stomaco. Decima lacrima. Decise di lasciarlo perdere e tornò in cucina seguita da altri insulti e altre lacrime e fece di nuovo finta di niente. La porta sbatté di nuovo e lei dormì sogni tutt’altro che tranquilli. Il giorno dopo Mauro riaprì la stessa porta che aveva quasi scardinato la notte prima. Alice non si voleva avvicinare, la paura la paralizzava. Lui fece la prima mossa e baciandole la guancia le sussurrò un flebile “ti amo”. Lo perdonò. Lo perdonò anche tutte le volte seguenti, quando dopo averla picchiata le diceva parole che probabilmente neanche pensava veramente: “Sei bellissima” “sono uno stupido, ti amo” “sei la mia vita”. Alice ci voleva credere con tutta se stessa però, la notte, quando si ritrovava sola a pensare, si rendeva conto, a poco a poco, che non riusciva a perdonarlo del tutto e che forse stava commettendo un errore fatale, avrebbe dovuto raccontare tutto a qualcuno, magari anche denunciarlo… Poi lasciava perdere, perché, forse, un giorno, la smetterà, pensava, e mi amerà come merito.
La sua vita procedeva così, non c’era molto da fare.
Sveglia, schiaffo, fondotinta, fuori di casa, rientro, schiaffo, notte. Era un circolo vizioso e aveva bisogno di essere interrotto ma lei non ne aveva il coraggio.


Erano passati due anni, due anni di torture. Alice era stremata, stanca.
Stava sciacquando i piatti quando sentì la porta sbattere come due anni prima. L’inizio di tutto. Si girò velocemente. Era tutto confuso. Ennesime urla, mal di testa, stanchezza, abitudine. Si asciugò le mani e si avvicinò come sempre a suo marito. Lui la spinse, urlò parole incomprensibili, per la prima volta, urlò anche lei. Gli gridò addosso, lo pregò di smettere, lo spintonò verso la
porta, ma non piangeva. Lui era impassibile e non appena la bloccò con la mano sinistra, con la mano destra tastò il mobile della cucina. Nella testa di Alice si era annidato un caos che non le faceva comprendere la gravità della situazione. Mauro afferrò qualcosa e lasciò le braccia di sua moglie. Preso dalla furia e dalla pazzia lanciò quel qualcosa. Alice era confusa e agitata e quando si rese conto che l’uomo stava per colpirla cercò di schivare il colpo, alzò le mani per proteggersi, non riuscendo, però, a parare il colpo. Ruotò la testa verso la spalla e si rese conto che un coltello era nella sua clavicola. Guardò Mauro, lui era tornato lucido, di colpo. Le si avvicinò in preda al panico. Alice cadde a terra con un tonfo che risuonò in tutta la stanza. Prima lacrima.
“No Alice, no Alice. Non volevo. Io ti amo da morire…” “È questo l’amore?”.
Ultima lacrima.

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