Testo vincitore di “Biblio in rete”, di Alessia Insalata!

“Molte sono le famiglie normali, alcune lo sono molto più di altre, altre di meno. La mia famiglia apparteneva a quelle meno”

– Alzati dormiglione – Una voce femminile risvegliò la stanza assopita nel silenzio della notte. Un fascio di luce illuminò un pesante piumone che nascondeva la forma di quello che poteva essere un bambino o un ragazzino.

– Uhmmm – Mugugnò l’essere nascosto dalle coperte, che si girò cercando di evitare la luce. Improvvisamente, il piumone si sollevò rivelando l’identità dell’essere: un bambino di più o meno 12 anni piegato su se stesso giaceva nel letto. Scattò in piedi e rabbrividì una volta entrato in contatto con il freddo dovuto alla mancanza delle coperte. Il bambino era seduto su un letto di legno decorato con un piumone grigio con qualche toppa marrone e gialla. Quel letto sapeva di vecchio, come tutti gli altri oggetti presenti nella cameretta. Era la prima cosa che saltava all’occhio entrando nella stanza: c’erano 2 letti ai lati opposti della cameretta separati da una vecchia scrivania blu, ammaccata e piena di scarabocchi e graffi, un armadio verde scuro a 2 ante copriva il muro opposto ai letti; alla destra dell’armadio c’era la porta di legno decorata con alcuni disegni incollati sulla sua parte interna mentre alla sinistra c’era una piccola finestra anch’essa di legno; i muri erano rivestiti di carta da parati celestina a strisce bianca, il pavimento era ricoperto da una moquette di un verde menta chiaro.

– Muoviti!!!!!! – La voce era quella di prima ed era di una ragazza: la sua pelle era olivastra, i lunghi capelli e gli occhi marroni scuro. Indossava una felpa nera con una scritta bianca di qualche taglia più grande della sua, un vecchio jeans attillato e degli stivaletti marroni.

– Sì sì… dammi un’attimo – Rispose il ragazzino uscendo dalla porta e catapultandosi nel bagno. 

Si guardò allo specchio rotondo posto sopra al rubinetto. Solo lui aveva ereditato la pelle chiara del padre. La sorella era la fotocopia esatta della madre tranne che per i cappelli marroni invece che neri. Lui aveva ereditato i capelli corvini dalla madre e gli occhi azzurri del padre. Molti bambini della loro scuola avevano preso in giro Mehul e Hema per colpa della nazionalità della madre. Ma non era colpa sua se sua madre era indiana.

“Basta!” Pensò il ragazzo scuotendo la testa come per scacciare quei pensieri negativi. Afferrò i vestiti poggiati sul termosifone ingiallito dietro il lavabo: una maglietta a maniche lunghe bianca, una T-shirt a strisce gialle e dorate, dei pantaloni bianchi, che dovevano appartenere ad una tuta, e un paio di scarpe grigio chiaro, una volta indossati insieme. Dopo essersi vestito, entrò in una piccola cucina giallastra. Al tavolo, posto davanti al forno, sedeva suo padre con un vecchio computer.

– Buongiorno! – Esclamò appena vide entrare il figlio abbracciandolo. Mehul individuò l’argomento delle ricerche condotte dal padre: proposte di lavoro. Cercava lavoro da diverse settimane ormai, da quando era stato licenziato dal suo vecchio lavoro in un magazzino per colpa della sua dipendenza dall’alcool.

– Buongiorno – Biascicò il ragazzino incrociando lo sguardo del padre stanco e segnato da profonde occhiaie. Lui gli sorrise. Sapeva quanto soffriva il padre per il suo licenziamento; era colpa sua se Bindiya, sua madre, si era vista costretta a dover fare ogni giorno straordinario al lavoro per portare a casa abbastanza soldi per mangiare e pagare le bollette . Mehul si sedette su uno sgabello da bar usato come sedia e incominciò a fare colazione. Ci mise poco. Appena ebbe terminato, prese il suo unico giubbotto blu scuro e lo zainetto arancione dalla cameretta e insieme alla sorella si avviò verso la loro scuola.

-Driiiiiiiiiiiin- La campanella sancì la fine delle attività scolastiche. Mehul raccolse il suo zaino e si avviò verso la porta della classe per ritornare a casa. Stava per varcare il cancello quando venne spinto in un vicolo.

– Ahahahahahahahah! – Rise il ragazzo al centro sferrandogli un pugno.

– Sei solo un fallito – Continuò quello a destra. Mehul si portò una mano sul naso e constatò che stava sanguinando. Un calcio gli colpì la testa. I 2 ragazzi continuavano a ridere mentre maltrattavano la povera vittima. 

– Indiano schifoso! Ritorna al tuo paese! Ahahahahah! – Disse ridendo uno dei 2. Il ragazzo a sinistra, invece, rimaneva fermo immobile, con le braccia incrociate e lo sguardo che cercava di evitare di vedere la scena. Era il capo del gruppo di bulli. Tutti li temevano. Si chiamavano Andrea, Carlo e Vito. Andrea, il capo dei bulli, non parlava mai, picchiava e basta. In ogni caso fare a botte era nel suo DNA: la sua era una famiglia di pugili. Gli altri 2 si riconoscevano subito perché fumavano sempre e a scuola vagavano sempre per i corridoi, in compagnia del loro capo ovviamente.

Il dolore riportò il ragazzo alla realtà. La sua testa, i suoi fianchi, tutto bruciava talmente forte che si chiedeva se non stesse andando a fuoco. Lividi e graffi dominavano il suo corpo. E tutto questo succedeva ogni dannato giorno. Non ce la faceva più.

– BASTA! – Gridò infuriato. I due si fermarono stupiti della ribellione del ragazzo. Poi assunsero delle espressioni interrogative.

– Ah si!? E perché? – Chiese Carlo mentre Vito afferrava la vittima per il collo. Tese il pugno. Mehul si preparò per il colpo…………………ma non successe niente. 

Aprì gli occhi timidamente e quello che vide lo lasciò senza parole: Andrea aveva fermato il pugno con la sua mano, che si trovava a pochi centimetri dal ragazzo.

– A-Andrea…… – Gli  occhi del bullo si girarono in direzione del capo che impassibile abbassò il pugno senza dire niente.

– Perché ci hai fermati? – Domandò l’altro abbastanza spaventato.

– Mehul ha dimostrato di poter essere trattato come un essere umano – Rispose Andrea serio.

– Ora va… – Disse rivolgendosi alla vittima – …loro non ti faranno più del male- Il ragazzo rimase stupito dalle parole del capo dei bulli, quegli stessi bulli che lo torturavano ogni giorno. 

Non sapeva cosa dire ma, per paura di essere di nuovo attaccato, corse via col suo zaino arancione in spalla.

“Andrea…………mi ha veramente difeso dalla sua banda?!” Pensò Mehul ormai lontano da scuola. Lentamente incominciò a rallentare il suo passo arrivando a fermarsi.

“Vuol dire che da adesso in poi non dovrò più tornare a casa pieno di lividi e graffi” Inchinò la schiena e cadde con le ginocchia ancora doloranti per terra.

“Vuol dire che non dovrò più fare i compiti per 4 persone e che potrò concentrarmi solo sul mio percorso di studi” Sgranò gli occhi.

“Vuol dire che riuscirò a laurearmi e a trovare in futuro un lavoro che renderà la mia famiglia di nuovo felice”. All’improvviso nella sua mente apparvero delle immagini che si succedevano come le scene di un film: era piccolo, aveva più o meno 1 anno, stava seduto in braccio a sua nonna e giocava con un peluche; ad un certo punto il giocattolo emise un rumore stridulo e il bimbo iniziò a piangere impaurito.

-Sssshhhh- Disse l’anziana accarezzando la pancia del piccolo.

-Ricorda non bisogna mai piangere, bisogna sempre e solo guardare avanti e sorridere- Continuò regalandogli un largo sorriso. Poi velocemente si formò una seconda immagine:

Aveva 6 anni ed era seduto sulla sella di una piccola bicicletta verde. Stava pedalando con l’aiuto del nonno che lo manteneva da dietro con una mano. Ad un certo punto la mano lo abbandonò e lui, sicuro, continuò a pedalare finché non si accorse di star pedalando da solo. Un braccio che si distese troppo e in un secondo il bambino si ritrovò a terra dopo aver urtato la testa contro la terra. Stava per piangere ma il nonno lo raggiunse e gli pose un cerotto sulla fronte prima che potesse fare niente.

-Perché sei caduto solo dopo che ti ho lasciato?- Domandò tra le risate. L’immagine cambiò di nuovo:

Ora si trovava sdraiato su una verde e rigogliosa distesa d’erba ad osservare le stelle insieme al padre. L’uomo alzò un dito al cielo.

-Le vedi quelle 2 stelle luminose?- Chiese -Sono così luminose perché custodiscono l’anima dei nonni e risplenderanno fino a che non saranno altre persone a dover occupare quel posto-

-Perché i nonni e tutte le altre persone morte non sono rimaste qua?……là vivono meglio?-

– Non so cosa rispondere……- Affermò inclinando leggermente la testa -……so soltanto che prima poi tutti andremo in cielo-

-E perché?…..lì non si pagano le tasse?-

-Ts……- Un sorrisetto si dipinse sulla sua faccia -Non lo so……ma promettimi una cosa- Afferrò le mani del bambino -Tu non piangerai mai più. Nemmeno se in quel momento dovrai subire una perdita che neanche un adulto può sopportare. Anzi ti dico di più dovrai far sorridere e ridere tutte le persone attorno a te- Le immagini sparirono e il ragazzino ritornò alla realtà.

Piano, delle lacrime calde iniziarono a scendere lungo le sue guance. Un pianto disperato, che racchiudeva un dolore trattenuto da troppo tempo e che doveva sfogarsi in qualche modo.

E ora se ne stava così, per terra, ad asciugarsi le lacrime in mezzo al marciapiede di una via a lui sconosciuta.

-Hey bambino ti sei perso?- Mehul alzò lo sguardo e vide una figura che si innalzava su di lui: era un ragazzo con le spalla larghe ed abbastanza evidenti muscoli messi in risalto da una maglietta aderente nera; indossava dei jeans strappati e delle scarpe bianche e verdi Adidas, i cortissimi capelli rossi erano coperti da un cappello di colore verde militare mentre sul braccio era poggiato un cappotto anch’esso verde scuro.

-Parli l’italiano?- Domandò porgendogli una mano per alzarsi. Il ragazzino afferrò una mano e si alzò.

-Grazie. Sì comunque…mi chiamo Mehul- Rispose sorridendo.

-Che ti è successo alla faccia?-

-Oh niente- Disse toccandosi il naso sporco di sangue.

-Non dire bugie…immagino che tu sia stato picchiato da qualcuno…o sia caduto…- Mentre pensava si grattava il mento.

-In ogni caso non è grave non c’è bisogno di andare in ospedale. Puoi anche andare a casa…aspetta, sai dov’è la tua casa o non ti ricordi o…-

-Non ti preoccupare, mi ricordo dov’è- Disse interrompendo il discorso prima che finissero a parlare di cose strane.

-Oh…in questo caso allora ciao- Disse allontanandosi e salutandolo con la mano.

“Che tipo strano, gentile ma strano” Pensò mentre incominciò ad andare verso casa sua.

Era appena arrivato ma notò subito qualcosa di strano: un’ ambulanza era parcheggiata davanti al portone di casa sua. 

Incuriosito si avvicinò e vide un medico appoggiato alla portiera del veicolo. Dopo poco scesero altri medici che trasportavano un uomo in barella. Insieme ai medici c’erano sua sorella e i suoi vicini.

Un dubbio si manifestò nella sua mente. Corse verso di loro e si pietrificò quando capì che l’uomo disteso sulla barella era suo padre.

All’improvviso il sangue gli si gelò in corpo e non riuscì più a respirare. Non era importante. 

L’uomo aveva gli occhi chiusi e la bocca semi aperta a cui era appoggiata una mascherina per respirare.

-Papà…………- Appena cercò di toccarlo fu strattonato via. Una vicina lo prese prima che cadesse. Il suo sguardo incrociò quello del ragazzo che, cosciente della situazione, tratteneva a stento le lacrime.

Mehul, Hema e i loro vicini erano in ospedale per aspettare che qualcuno li informasse dello stato attuale del padre. Il ragazzino era seduto su una sedia in sala d’attesa con le braccia incrociate mentre la sorella faceva avanti e indietro per il corridoio.

All’improvviso la porta che dava alla sala di rianimazione si aprì e ne uscì una dottoressa che si posizionò a pochi passi dagli adulti che accompagnavano i 2 fratelli.

Prese un respiro profondo. Chiuse per un attimo gli occhi. Scosse la testa.

-No!!!………- Biascicò la ragazza cadendo sulle ginocchia.

-Non può abbandonarci così……- Continuò abbassando lo sguardo.

Nella testa galleggiavano moltissime domande ma, a un certo punto, se ne andarono per lasciare posto ad un’unica frase -Tu non piangerai più e dovrai far sorridere tutti quelli intorno a te-

Mehul si alzò e, piantando le braccia sui fianchi, fece il sorriso più radioso che poteva fare.

-Non vi preoccupate, tutto si risolverà per il meglio- I volti di tutte le persone presenti in quella stanza si girarono verso quello del ragazzo.

Ora quel ragazzo che veniva bullizzato ogni giorno, che viveva in una situazione economica disastrosa, che piangeva per ogni cosa, quel ragazzo era la persona che riuscì a portare un raggio di speranza nel cuore di tutti. 

Alessia Insalata

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